L’isola degli uomini: uno spaccato di storia ed umanità sulle rive del Lago Trasimeno. Intervista all’attore Stefano Baffetti

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Foto di gruppo con l’attore Stefano Baffetti

Nel 1944 ad Isola Maggiore (Lago Trasimeno) quindici pescatori, guidati dall’allora parroco Don Ottavio Posta, trassero in salvo ventisei ebrei destinati alla deportazione dai nazisti usurpatori del territorio umbro in tempo di guerra.

Un atto di coraggio estremo compiuto non per gloria o devozione politica di alcun genere ma semplicemente perché “andava fatto”, perché sacra è  la vita di ognuno. L’isola degli uomini ripercorre questa vicenda affidando alla voce di un solo attore, Stefano Baffetti, anche autore e regista del testo, la sua narrazione. Noi del laboratorio di giornalismo lo abbiamo incontrato per farci raccontare genesi e sviluppi di questa straordinaria storia vera:

Quando e perché si è interessato ai fatti che hanno portato, poi, alla nascita del suo spettacolo? 

“Sono venuto a conoscenza di questa storia che ha riguardato il mio paese, Tuoro sul Trasimeno, e Isola Maggiore nel 2009. Mi ha tanto colpito che ho rintracciato Agostino Piazzesi, uno dei quindici pescatori coinvolti nell’impresa ancora in vita. Non sapevo ancora cosa avrei fatto delle informazioni raccolte, ma sentivo la necessità di saperne di più. Mi sono seduto ed ho iniziato a scrivere. Così, nel 2013, è nato il monologo. La cosa buffa è stata che, appena posata la penna, mi è squillato il telefono. Era Paolo Manetti dello Spazio Bottegart di Acquasparta. Aveva saputo che stavo scrivendo un testo inerente la Seconda Guerra Mondiale e, in vista del Giorno della Memoria, mi ha chiesto di debuttare da lui il seguente 17 gennaio 2014. Dal debutto iniziato così, diciamo, “sulla fiducia” sono arrivate circa cinquanta repliche in diversi teatri. E per questo, non finirò mai di ringraziarlo”.

Una descrizione minuziosa degli eventi o un racconto teatrale più fantasioso?

 
“In realtà ho dato più spazio ai racconti e ai ricordi degli isolani e di Piazzesi piuttosto che alle informazioni storiografiche tratte dai libri di testo. Le persone, al di là dei fatti scritti, mi hanno trasmesso quel “materiale emotivo” che regge il monologo. Il mio non vuol essere un “documentario” ma un’opera teatrale. Vero che, come dimostra la foto di Don Ottavio che mi accompagna in scena, tratta da uno dei libri di Sauro Scarpocchi (scrittore umbro che sovente ha trattato argomenti inerenti i fatti accaduti ad Isola maggiore n.d.r.), ho seguito le indicazioni storiografiche, ma ho dato più valore al lato emozionale. Nel completo rispetto delle date citate, ho però dovuto riadattare la storia per esigenze teatrali. Per me era importante dare rilievo alla “semplicità” e l’innocenza del gesto: quindici persone “normali” si sono trasformate in “eroi” senza rendersene conto, compiendo un atto di incredibile umanità per terzi che neanche conoscevano e senza nemmeno considerare il pericolo a cui andavano incontro. Se, quella notte, avessero incrociato una motovedetta nazista ci sarebbe stata una strage. Loro, questo, non l’hanno neanche preso in considerazione. L’unico pensiero era salvaguardare delle vite”.

Persone, poi, di diverso ceto sociale, figli di famiglie molto facoltose all’epoca, che reggevano l’economia locale

“Infatti e non solo. Consideriamo poi che i pescatori all’epoca erano divisi in due fazioni. Un po’ come nei film di Don Camillo e Peppone: comunisti e fascisti. Questo non li ha fermati. Hanno superato le proprie convinzioni politiche divergenti davanti alle “spreco” di vite, seguendo quelli che erano i loro valori. E la cosa più importante è, per me, che non è stata un’azione partigiana prestabilita, come molte all’epoca, ma “un’azione di resistenza civile”. Durante lo spettacolo elenco tutti i nomi di questi eroi”.

Perché queste persone si trovavano rilegate ad Isola Maggiore invece di essere deportate? 

“Armando Rocchi, allora Prefetto di Perugia era un fascista atipico. Aveva un atteggiamento verso gli ebrei ben diverso da quello degli alleati tedeschi. Nel 1944 fu in realtà il primo artefice della salvezza di queste persone non ritenendo l’ideologia ebraica motivo di deportazione o soppressione. All’epoca, vedendo che i controlli nazisti si facevano più serrati, decise di arrestare e “imprigionare” queste ventisei persone sull’isola per proteggerli e nasconderli. Ad Isola Maggiore si andava oltre la questione politica, vigeva l’”umanità”. Esistono testimonianze emerse durante i processi di guerra a dimostrazione dell’inclinazione del Dottor Rocchi a proteggere gli ebrei”.

In scena alterni vari personaggi. Come riesci, in così breve tempo, a passare (emozionalmente) dalla vittima al carnefice?

“Lo spettacolo è composto da alcuni quadri immaginari da me evocati con la narrazione. Il mio nazista, il carnefice, arriva ad abbattere la quarta parete. Non è un militare canonico ma più una figura che uso per rivolgermi al pubblico ed esprimere il mio pensiero personale. Per questo riesco facilmente ad entrare nei suoi “abiti”. È un momento particolare, forse il più drammatico del monologo. Come fosse, e questo me l’ha confermato più di uno spettatore, uno spettacolo nello spettacolo. Un fuori scena che irrompe, attraversa il palcoscenico, si rivolge alla platea e poi va via”.

Oggi quindici pescatori riuscirebbero a salvare ventisei prigionieri?

“Noi saremmo in grado? No, non credo. Innanzitutto è, in generale, oggettivamente difficile scegliere di rischiare la vita. Figuriamoci per qualcun altro. In una società insicura qual è la nostra i giovani non condividono gli stessi valori di allora. È una bella domanda. Hai colto un segno prima di vedere lo spettacolo che si apre proprio con una frase di Agostino Piazzesi che ti risponde: ‘La realtà delle cose non esiste più”.

 La voce di Agostino apre e chiude lo spettacolo ma lui, deceduto nel 2012 non ha potuto assistere al monologo…

“No, non ha potuto e me ne rammarico molto. Avrei voluto condividerlo con lui. Ma ho avuto il grande piacere di avere in sala la sua famiglia. La figlia era presente al debutto  e ne è rimasta molto soddisfatta. Per me è stata una grande emozione”.

Scenario minimalista: una sedia, un libro e “qualcosa” che evoca l’idea di una barca. Come mai questa scelta?

“Di questo devo ringraziare Massimiliano Burini, il regista, e Francesco “Skizzo” Marchetti. Loro sono stati i primi a vedere lo spettacolo in allestimento. Al termine del monologo, appoggiai un libro sulla sedia casualmente e, da questo gesto, crearono la scenografia così su due piedi, “ripulendo” il palcoscenico dagli elementi superflui che io pensavo di portare con me. I loro consigli, sono tutt’ora in scena con me e si sposano alla perfezione con l’evocare la semplicità di vita di quindici umili pescatori del Lago Trasimeno”.

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Guarda il Teaser dello spettacolo “L’Isola degli uomini”

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