
Vanna Ugolini, laureata in Economia, giornalista professionista, è vice-caposervizio alla redazione di Terni de «Il Messaggero», è madre di tre figli. Si è occupata di cronaca nera e giudiziaria seguendo i casi più importanti avvenuti prima in Romagna e poi in Umbria.
Ha partecipato come docente a master post-universitari sulla comunicazione per l’Università degli Studi di Perugia e come relatrice a numerosi convegni su temi legati allo sfruttamento della prostituzione e violenza contro le donne. Nel 2011, insieme al Siulp, (sindacato di polizia) ha prodotto un documentario verità sullo spaccio di droga a Perugia dal titolo “Zbun. Cliente”. Ha pubblicato diversi libri tra cui “Tania e le altre”, “Storia di una schiava bambina” (Stampa Alternativa, 2007), con cui ha vinto il “Premio Le Ragazze di Benin City” (2008) e “Nel nome della cocaina” (Intermedia Edizioni, 2011). È presidente dell’associazione “Libertas Margot”, composta da professionisti che si occupano di violenza di genere. Nel mese di Novembre 2018 le è stato assegnato il premio “Umbria in Rosa Categoria Giornalismo”, un riconoscimento attribuito a ben 15 straordinarie donne della nostra terra che hanno saputo distinguersi in molteplici campi: dall’istruzione all’impresa fino all’innovazione e al campo delle arti.
Fino al 5 dicembre 2018 è stata Presidente dell’Associazione “Libertas Margot”, un’associazione di professionisti che hanno deciso di declinare verso il sociale le loro competenze. Dal momento della sua fondazione, avvenuta a Perugia nel 2013, “Margot” si è occupata di violenza di genere e di bullismo. L’associazione sostiene le vittime di violenza di genere in percorsi protetti di denuncia, organizza corsi di protezione personale per dare strumenti psicofisici di autodifesa, organizza corsi di formazione per operatori che si occupano di violenza di genere (forze dell’ordine, personale sanitario…). Attualmente il Presidente dell’Associazione è Massimo Pici.
Un bilancio più che positivo, quello di un anno d’intenso lavoro per l’associazione Libertas Margot, che dal 2013 si occupa di violenza di genere , della tutela dei diritti umani e della sicurezza delle persone; uomini e donne, professionisti che, nel loro lavoro o nella loro vita, si sono confrontati con la violenza e che prestano la loro opera sotto forma di volontariato, mettendo insieme le diverse esperienze e le diverse competenze, al fine di contribuire a creare una diversa cultura.
La violenza ha tanti volti: non è solo un livido visibile o uno schiaffo, c’è il ricatto economico, la violenza psicologica in grado di annullare una persona, c’è il terrore che prima o poi, colui che ti ha giurato amore, possa essere anche il responsabile della sua fine. Per questo l’associazione Libertas Margot ha messo in campo diverse iniziative ; oltre ad aver creato il primo sportello per autori di maltrattamenti, ha istituito un prestito d’onore per le vittime e creato una start up per dare loro lavoro.
“Abbiamo messo in campo parecchie armi – ha spiegato nel corso dell’incontro Vanna Ugolini – ed aiutiamo sia uomini che donne. Il prestito d’onore e la forza di uscire dall’inferno domestico. Spesso le donne vittime di violenza, una volta che decidono di sporgere denuncia spesso non hanno gli strumenti economici e finanziari per poter iniziare a ricostruirsi una nuova esistenza lontano dal proprio carnefice, ed è per questo che Margot ha deciso di istituire il primo prestito d’onore in Italia, una piccola somma che viene consegnata alla persona per potersi pagare le prime spese iniziali, poi restituito nel tempo a tasso zero. Sono tre le donne che hanno potuto usufruire di questo micro credito, di cui uno è stato interamente restituito. L’associazione inoltre, oltre a tenere corsi a scuola per sensibilizzare i giovanissimi contro la violenza e il bullismo, ha creato una start up artistica per dare lavoro alle donne che escono da situazioni familiari difficili e complesse. Realizzano, creano e producono borse artistiche.”
Un lavoro di grande impegno, che si è concretizzato anche con la creazione di un centro di documentazione che sta muovendo i primi passi: “Margot Wave”. Il sito dell’associazione, infatti, si è ampliato e metterà on line una serie di articoli, dati, testimonianze, documenti che serviranno per diffondere una corretta comunicazione e informazione sulla violenza di genere e daranno informazioni anche alle vittime per riconoscere la violenza e capire cosa fare. Intanto il progetto è sostenuto da molti artisti che hanno preparato un piccolo spot a sostegno dell’associazione e di “Margot Wave”.
Qual’è la situazione della violenza contro le donne in Italia?
“Nel nostro Paese il fenomeno della violenza sulle donne è ancora tragicamente alto e la sua denuncia ancora troppo reticente. Si devono, quindi, favorire le condizioni migliori per superare questo ulteriore ostacolo soprattutto negli ambienti – come quello lavorativo – dove risulta più difficile. La violenza sulle donne purtroppo non conosce confini geografici, distinzioni di classe o di età: è iscritta in tante singole biografie ed in ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato né solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna. Ogni ferita fisica e psicologica inferta a una bambina, ragazza o donna, ogni ingiustificata svalutazione delle capacità femminili sono forme di oppressione antica che rendono le donne meno libere, meno uguali, subalterne, infine vittime». Vanno superate discriminazioni, pregiudizi o stereotipi sui ruoli e sulle attitudini basati sull’appartenenza di genere, iniziando dall’infanzia e in particolare dal mondo della scuola”.
Le parole sono importanti. Cosa si intende per femminicidio?
“Per femminicidio si intende l’omicidio di una donna in quanto donna. Se stanotte entrasse un ladro in casa mia e mi uccidesse non si tratterebbe di femminicidio ma di omicidio perché il suo intento era rubare. Il recente assassinio della povera Noemi è un femminicidio. Coniare questo termine è stato importante perché il linguaggio contribuisce a portare all’attenzione un problema che altrimenti viene confuso con altro. Le donne vengono ammazzate anche perché in quanto donne. Riconoscerlo vuol dire portare avanti una battaglia importante. Allo stesso modo è importante nominare il mondo al femminile perché il linguaggio ti racconta che una realtà esiste. Una volta mia figlia mi disse: “perché tutte le vie sono dedicate ai signori e non alle signore?”. Non è una banalità, così come non lo è parlare di femminicidio”.
Perché l’uso dei corpi femminili che viene fatto dai media non suscita indignazione?
“Per un processo di assuefazione. Abbiamo iniziato a vedere queste immagini dall’inizio degli anni ’80, spalmate in diverse reti durante tutto l’arco della giornata, entrando così nell’universo di riferimento italiano e diventando normali. A ciò si è sommata la disattenzione colpevole di parte degli intellettuali e delle intellettuali italiane che avrebbero potuto dire “basta” e che invece hanno scambiato quella che era un’oggettivazione ed una demonizzazione feroce con una forma di libertà, dimostrando una grande ignoranza del potere dei media. Molti hanno così confuso la libertà dei corpi degli anni ’70 con il capitalismo dei corpi successivo. C’è una grande differenza tra la liberalizzazione consapevole degli anni ’70 ed un corpo in televisione, privato del volto. Qui l’obiettivo non è la libertà ma vendere qualcosa”.
Il linguaggio della televisione e dei media può alimentare la violenza contro le donne?
“La presenza dei corpi femminili oggi non riguarda più soltanto la televisione ma anche internet. Il corpo delle donne ancora vende: pensiamo alle immagini femminili nelle colonne laterali dei giornali online. Abbiamo quindi deciso di portare nelle scuole l’educazione all’uso consapevole dei media. Abbiamo scelto di far questo perché il pericolo al quale si va incontro è grande: in un mondo dove i media hanno preso gran parte delle nostre vite, occuparsi di come siamo rappresentate è altamente importante. Eppure c’è molta ignoranza in Italia, anche nel femminismo: le femministe italiane consapevoli del potere dei media sono pochissime. Io sono invece convinta che il femminismo debba partire dalla verifica dei mezzi di comunicazione perché è da qui che nasce la rappresentazione del mondo. Se si pensa a come vengono mostrate le donne sui media è facile capire perché facciamo ancora fatica ad essere considerate nella società. Sicuramente la colpa non è soltanto dei media, ma questi ultimi hanno una responsabilità molto grande”.
“Se l’è andata a cercare”. È una frase orribile che tuttora si sente dire dinanzi ai casi di violenza contro le donne, spesso anche giovanissime. Cosa si cela dietro questo pensiero, ancora radicato?
Cosa dire, mi viene da piangere. Io appartengo a quella generazione che ha iniziato a respirare, a non essere giudicata una “ragazza facile” solo perché indossavi la minigonna. Mi viene in mente il documentario “Processo per stupro” dove emerge la mentalità orripilante di cui stiamo parlando. Poi non è più stato così, ci sono stati importanti passi avanti e noi donne stiamo decisamente meglio rispetto al passato. Tuttavia un certo modo di pensare continua ad esistere. Nelle scuole non si fa più educazione sessuale ed i media sono portatori di una mentalità arretrata. Le immagini di corpi nudi confondono gli spettatori e le spettatrici. Vengono diffuse immagini moderne ma il verbalizzato rispetta una cultura retrograda.
La violenza dell’ uomo sulla donna istinto biologico o questione culturale?
Credo che la risposta corretta sia nel mezzo, l’aggressività è una componente ineliminabile dell’uomo come della donna e la natura non ci ha dato niente che non ci debba essere utile in qualche modo. Certo è che picchiare una donna o un bambino non è scritto nel nostro DNA. Come gli uomini e le stesse donne vengono educati fa ovviamente parte di quel retroterra culturale che non ci permette di vivere relazioni più sane e paritarie. Gli stereotipi di genere sono fortissimi, anche oggi che se ne parla molto di più e ci sono uomini che realmente si mettono in discussione, trovo che il lavoro da fare sia solo agli albori. Per quanto bene si parli e per quanti tutti condanniamo la violenza sulle donne, questa non accenna a diminuire. Da quando mi occupo di queste tematiche, la difficoltà più grande, nel rapportarmi agli altri uomini, è sempre stata tentare di far loro capire cosa sia il sessismo e che è esso il canale privilegiato del maltrattamento domestico.
La violenza contro la propria partner o ex partner è una sfumatura in eccesso di un sentimento amoroso?
La violenza contro la propria partner è prima di tutto un reato, il reato più a lungo nascosto e giustificato al mondo probabilmente, non bisogna aver paura a dirlo. Detto questo dalla violenza si può uscire solo consapevolizzando quelli che sono gli effetti sulla donna, ma anche sull’uomo stesso. La violenza non ha risvolti positivi. C’è un eccesso di sentimento, ma questo non riguarda solo un’affettività che sfugge al proprio controllo e a un attento esame di realtà, riguarda emozioni che consideriamo negative come la rabbia, ma che negative non sono affatto se sapute gestire, solo che nessuno lo insegna o lo ha mai insegnato. Il tutto si lega poi all’incapacità di separarsi, di accettare un rifiuto, di considerare l’altro come non certo un estensione della propria volontà. Oggettivizzare l’altro è la prima forma di violenza che dà vita e talvolta morte a tutto il resto.
Perché l’uomo maltrattante si nasconde nel buio delle mura domestiche ?
Perché può permetterselo e perché toglie spesso pian piano alla donna la possibilità di rendersi realmente conto di quello che sta succedendo in modo da chiedere un aiuto, così il luogo dell’intimità per eccellenza, il posto dove ci si dovrebbe sentire maggiormente sicuri può diventare un inferno quotidiano.
L’identità maschile oggi è davvero liquida e poco definita?
L’identità di genere oggi è in evoluzione, non solo quella maschile, forse gli uomini sono quelli maggiormente attaccati ai ruoli perché in essi vi avevano una posizione di prestigio sociale e di comando spesso negata alle donne. Il problema non è il nuovo verso il quale, ancora timidamente, ci dirigiamo, ma il vecchio che ancora regna e difenderà fino all’ultimo il suo scettro. C’è bisogno che gli uomini si mettano maggiormente in discussione e per farlo devono parlare e parlarsi, devono poter emozionarsi, devono poter chiedere, devono poter piangere, devono poter amare senza possedere e senza smania di controllo.
Quali azioni secondo lei sono indispensabili per ridurre la violenza degli uomini sulla donna?
Sostegno economico e non solo ai centri antiviolenza e ai centri per autori, formazione specifica e mirata per trattare queste tematiche, parlare con i ragazzi nelle scuole, privarsi di ideologie che ci allontano e non ci permettono di dialogare. Essere capaci di accettare l’altro e quello che sente, anche se non è il nostro sentire, pur mettendo dei limiti ai comportamenti che ne possono derivare. A volte non è tanto il sentire dell’altro che ci ferisce quanto il comportamento che da quel sentire scaturisce.
La violenza contro le donne si combatte dunque partendo dall’educazione nelle scuole?
Assolutamente sì. Nell’età evolutiva agiscono tre agenti di socializzazione: la famiglia, la scuola ed i media. Dopo aver riconosciuto le eventuali colpe delle famiglie bisogna agire. Considerato che è impossibile entrare nelle case di ognuno e che a scuola vanno tutti, almeno fino a 16 anni, è importante intervenire al suo interno. Questo dovrebbe essere il punto principale dell’agenda politica del Paese. L’altro potente agente di socializzazione sono i media. Io incontro tantissimi ragazzi devastati da un uso non consapevole della rete. La televisionei, come servizio pubblico, dovrebbe prendersi carico di questo ed educare, come del resto fanno altrove. Se lo fanno gli altri perché non possiamo farlo noi?
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Link/Approfondimenti
Il sito web dell’Associazione Libertas Margot
Guarda “Zubun”, il docufilm di Vanna Ugolini
Guarda lo spot contro la droga del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri
