Intervista all’atleta Luca Panichi: l’incidente, la carrozzina e le sfide, come è cambiata la mia vita.

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In compagnia di Luca Panichi.

Ventiquattro anni fa stava correndo una cronoscalata. Era prossimo al salto nei professionisti. Aveva corso contro Pantani e Simoni. Poi tutto è cambiato dopo quel volo e la caduta drammatica sull’asfalto. Nel ’92 e nel ’93 aveva corso il giro d’Italia dei dilettanti insieme a due futuri campionissimi: Marco Pantani e Gilberto Simoni.

Il 18 luglio di 24 anni fa il passista-scalatore Panichi si sta giocando le carte per entrare nel giro dei professionisti come accadrà per molti dei suoi compagni appena un anno dopo. Tra pochi metri dovrà rallentare un po’ l’andatura perché c’è una curva pericolosa. Rallenta, entra in curva e… subito dopo la sua vita cambia per sempre. Un’auto è entrata nel percorso e lo prende in pieno. Vola per diversi metri e poi sbatte a terra in maniera violenta.

E’ iniziata così l’altra vita di Luca Panichi, oggi manager nel settore dell’energia alternativa, consulente politico per le attività sportive e la disabilità, disabile ma campione nella vita quotidiana e nello sport. Il 18 luglio di 23 anni fa Luca Panichi non perdeva qualcosa ma acquisiva altre due gambe d’acciaio, le ruote di della carrozzina che lo porterà in cima sugli arrivi in salita del Giro d’Italia. Il passista scalatore è sempre rimasto in attività: ma è cambiato il modo di pedalare (con le mani) e il motivo di quella rabbiosa voglia di scalare (dimostrare a tutti che le difficoltà, anche quotidiane, possono essere affrontate).

“Onestamente da subito ho pensato che la cosa più importante fosse quella di essere ancora vivo. Comunque sarebbe andata, ero vivo. Poi con il passare dei giorni ho riflettuto su quello che mi aspettava e quello che avrei potuto fare. Diciamo che la forza mentale dello scalatore era rimasta anche dopo l’incidente. E’ stato comunque un percorso lungo nove mesi prima di acquisire la mentalità di oggi e iniziare a fissare i primi obiettivi”.

Essere vivo, dopo quell’impatto, era già qualcosa di miracolosoMa è vero che per le fratture hai rischiato di perdere anche l’uso delle mani?

“C’era una “pressione” che poteva portare in prospettiva ad una diminuzione della funzionalità delle mani. E sarebbe stato un problema poi portare avanti quegli obiettivi che stavo lentamente fissando nella mia mente. Per fortuna in Germania l’operazione – molto rischiosa – è riuscita. Ricordo che appena sveglio ho provato a muovere le mani. Ho sorriso: si muovevano. Poi ero talmente stanco che ho deciso di riposarmi il più possibile. Anche perché sapevo che a breve sarebbe cominciato un lungo periodo di fisioterapia”.“

Quando hai iniziato a sperimentare le salite con la tua sedia a rotelle, intendo in maniera quasi sportiva?

“Sempre in Germania. Con la famiglia ci muovevamo alla ricerca di piccoli borghi da visitare e spesso trovavamo delle salite che ho incominciato ad affrontare con la testa del ciclista. Poi anni dopo sono iniziate le imprese al Giro d’Italia, quegli arrivi in salita con tanta gente che ti incoraggiava in attesa dell’arrivo dei ciclisti”.

Nella tua carrozzina “da scalatore” c’è gran parte del tuo messaggio che vuoi portare a tutti durante le tue scalate. E’ vero?

Diciamo di sì. Molti pensano che sia un mezzo speciale, uno da corsa. In realtà è la carrozzina, seppur molto performante, che uso tutti i giorni. E questo deve far capire alle persone che basta la volontà e la testa per arrivare in alto, per battere le difficoltà non solo sportive ma della vita. Se ce la faccio io, ce la possono fare tutti. Questo voglio far capire. E’ ovvio che il messaggio è più ampio: lo sport è salute e fa bene anche ai malati, come ad esempio a chi soffre di diabete”.

Chi ti conosce sa che il tuo allenamento avviene in centro storico e di sera?

“Ho tante cose da fare oltre al lavoro. Ecco dunque che mi alleno di notte. Lascio l’auto al Frontone e salgo in centro poi affronto le varie salite e discese presenti lungo il giro dell’acropoli. In questa maniera riesco a farmi fiato e braccia per gli arrivi in salita dove si fa fatica anche in bicicletta”

Parliamo dell’Umbria: qual è il suo legame con la sua regione?

Ho un amore estremo per questa regione. Grazie alla bicicletta ho girato tanti borghi e abbracciato tanti paesaggi. È bellissimo conoscere altre comunità e scoprire posti che, magari, non visiteresti. C’è un ambiente bucolico che si fonde con la storia, anche dei personaggi che l’hanno vissuta: penso non solo a San Francesco, ma anche a Fra’ Giovanni da Pian del Carpine, nativo di Magione proprio come me, che è stato un precursore dei viaggi e di Marco Polo. In pochi lo conoscono!

Girare per Perugia o per l’Umbria – per un disabile – non è come scalare una montagna?

Sicuramente. I borghi umbri hanno una loro configurazione, ma col tempo sono stati fatti degli adeguamenti per renderli più accessibili, la stessa Perugia è diventata più fruibile in alcuni punti. Manca però ancora molto. Si possono fare passi avanti con la visibilità: la persona disabile deve dare il suo contributo, deve dire quello che va migliorato.

Perché è così difficile, secondo lei, rendere tutto accessibile?

È un problema culturale, ma penso che occorra anche un approccio più equilibrato: l’ostacolo va abbattuto, ma anche la persona disabile deve aiutare a migliorare. Occorre un adattamento urbano e un approccio reciproco da entrambe le parti. Le istituzioni vanno stimolate e va cambiata la mentalità con l’educazione, partendo proprio delle scuole. Su questo fronte, anche come vice presidente del Comitato Paralimpico umbro, sono molto attivo.

E’ vero che l’impossibile non esiste?

“L’impossibile è quello che ti dai tu nella tua mente. Come dice Alex Zanardi (atleta paralimpico ndr) è spesso commisurato alle tue possibilità ma tante volte se ti fermi ad una valutazione logica non andresti oltre. L’importante è essere un ‘lucido folle’ che secondo me è il vero senso dell’impossibile!”.

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Intervista a Luca Panichi a “Storie”

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